Il mio lavoro

 

Ho lavorato studiando e ricercando scelte, tecniche e particolarità di diversi pittori per trarne ispirazione, da miscelare alla mia visione personale e alla creatività soggettiva, per reinterpretare immagini e concetti.

 

Vermeer usava la sfocatura e il puntinismo. Lo scopo era di dare l’impressione luminosa di quel preciso istante, dove i contorni erano meno importanti della luce stessa. Creava dei piccoli punti insignificanti nella loro singolarità, ma molto importanti nell’insieme, nel momento in cui davano vita e consistenza alla materia delle cose. Allontanandosi dal soggetto, questi punti creano gradatamente la trama regalando più profondità e formalità compositiva.

In alcuni scatti non ho intenzionalmente utilizzato il flash, anche se la luce lo richiedeva, per simulare, con la grana, la sensazione di avere dei punti che, allontanandosi, gradatamente spariscono rendendo l’immagine più omogenea.

 

Con alcuni soggetti ho lavorato sul colore per renderlo quasi il soggetto stesso. I colori che in assoluto preferisco nei quadri dell’epoca sono il blu ottenuto dai lapislazzuli, il verde dalla malachite, il giallo dall’orpimento e il rosso dal cinabro. 

 

Alla pittura fine, nitida e levigata (fijnschilders) si opponeva quella ruvida, data da pennellate decise e tocchi grumosi di colore grezzo, preferita da Rembrandt. 

In riferimento a questo e in base al soggetto, ho reso più materiche alcune scene mentre altre sono più vellutate. 

 

Eccessi di luce o di ombre mi sono serviti per lasciare che la luminosità di quel preciso momento creasse determinati riflessi e colori, senza correggerli. Così la riproduzione dei dettagli come se fossero capitati lì in maniera accidentale, la naturalità dei gesti più comuni, anche data da cose inutili o inconseguenti alla composizione. Il reale non è sempre assimilabile al bello ma permane la poetica della quotidianità.

 

La simbologia aleggia un po’ ovunque; non è detto che ogni oggetto abbia per forza un senso superiore ma spesso sono leggibili in senso allegorico, metaforico, figurativo come segno di qualcos’altro che supera l’apparenza e diventa simbolo.

 

Sta nella scelta degli oggetti la volontà di vedermi nei miei scatti, di esprimere il mio animo. Ci sono oggetti realmente risalenti al XVII secolo che però ho voluto unire a cose del quotidiano appartenute alla storia della mia famiglia o alla mia. Ho voluto creare un legame tra il mio presente e quello di molte persone, a me care o sconosciute. La mia è stata un’interpretazione soggettiva; il mio intento non è stato quello di una pura ricostruzione storica di oggetti, ma di dare importanza al significato che rappresentano, evidente e continuativo nel tempo. Il messaggio era lo stesso per le persone vissute nel XVII secolo, come lo era per i miei avi e il medesimo rimane per me. L’interpretazione delle Vanitas e di ciò che trasmettono rimangono sempre attuali; anche oggi, in un’ottica più moderna, riescono ad indurre al pensiero e alla riflessione. 

 

Non ho utilizzato immagini religiose; secondo l’idea calvinista, le arti devono rappresentare le cose che si vedono agli occhi, cercando e considerando Dio nelle sue opere, le immagini sacre sono bandite. Ne “Les voix du silence” André Malraux scriveva: “L’Olanda non ha inventato il fatto di mettere un pesce in un piatto, ma di non farne più il nutrimento degli apostoli”.

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Enrica Pastore - photos & graphics

28075 Grignasco (NO) Piemonte - Italia

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